Tempo di Agire

Mi rivolgo ai miei lettori, che vogliano girare questo appello ad altri amici con la speranza di continuare tale catena virtuosa in felice progressione. Non possiamo lasciare solo chi si impegna nell’informazione su temi spinosi e segretati mettendo a rischio la propria incolumità. Dobbiamo agire.

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La disbiosi ed il cibo che cura - informazioni su dieta GAPS e dieta paleolitica


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domenica 3 febbraio 2008

Una storia di ordinaria follia psichiatrica

Premessa: una volta pensavo che la psichiatria fosse una distorsione della scienza, poi ho compreso come sia un mezzo di controllo sociale e di repressione del dissenso e della diversità, utilizzato dal potere per i suoi loschi fini persecutori e normalizzatori.

Adesso mi rendo conto che c’è di più e c’è di peggio, la psichiatria è stata sovvenzionata e potenziata anche per realizzare degli esperimenti di controllo mentale, per fornire cavie ad un progetto di sperimentazione su cavie non consenzienti, per sperimentare su poveri esseri innocenti dei mezzi per il lavaggio del cervello, la ri-programmazione mentale, la creazione di automi ubbidienti. In questi tristi tempi in cui assistiamo ad un asfissiante trionfo della tecnologia, che sta rapidamente fagocitando ogni forma residua di umanità, la psichiatria (e la medicina più in generale) viene già utilizzata nascostamente per portare avanti un progetto di controllo dell’essere umano attraverso l’impianto di microchip. E non pensiate che sia solo fantascienza.

Ma adesso vi lascio con questo resoconto di una delle tante storie che ho seguito personalmente durante la mia collaborazione col “Telefono Viola contro gli abusi psichiatrici”.

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Tutto comincia il pomeriggio del 4 agosto quando la ragazza X esce dalla casa di un amico; percorse poche centinaia di metri dal portone di quella casa si trova vittima di un’aggressione vera e propria: infermieri e vigili urbani la costringono a salire su un’ambulanza senza nessun motivo apparente.

Il motivo, scoprirà poi esterrefatta, è un ricovero coatto in un reparto di psichiatria, dove viene legata al letto per un giorno intero (sarà slegata solo in seguito all’intervento, alle pressioni e alle denunce dei suoi amici, non per un “pentimento” dei medici).

La diagnosi in base alla quale avviene il ricovero (si verrà a sapere in seguito) è di “agitazione psicomotoria”. Quale agitazione psicomotoria si può riscontrare in una ragazza che cammina per strada per i fatti suoi senza dar fastidio a nessuno? Qual è l’agitazione, quella di ribellarsi alla privazione della propria libertà? Quella di gridare che lei non ha fatto niente? Quella di urlare in preda al panico per ciò che in quel momento non può che apparirle un sequestro di persona? È agitazione psicomotoria quella dell’innocente che viene condotto in carcere, è “agitazione psicomotoria” quella di chi non ha nessuna colpa e viene violentato? È una diagnosi “scientifica”, questa “agitazione psicomotoria”? È una scusa valida per giustificare un ricovero coatto di un mese intero?

Potrà sembrare assurdo ma questa diagnosi non significa altro che la persona “affetta” da questo “sintomo” è nervosa, arrabbiata, e che nel contempo si agita; se non erro ciò succede ogni volta che c’è una partita di calcio allo stadio, soprattutto quando la squadra del cuore segna oppure incassa un goal. Eppure è proprio in base a questa diagnosi che vengono giustificati clinicamente moltissimi ricoveri forzati in reparto psichiatrico.

Dov’è la scientificità in questo caso particolare se dopo il ricovero per “agitazione psicomotoria” X viene trattenuta (almeno secondo quanto riferisce la madre alla stampa) per “anoressia mentale” e se un perito successivamente le diagnostica una sorta di “schizofrenia”? Che direste voi se veniste ricoverati per un’appendicite, operati per un calcolo ai reni e poi alla fine vi riscontrassero un avvelenamento da funghi? Molto accurate senza dubbio queste diagnosi psichiatriche.

Per altro al momento del ricovero la ragazza, benché fosse magra, mangiava regolarmente. In ogni caso anche secondo un’ottica psichiatrica l’anoressia si cura con una terapia familiare dato che le cause di tale “disturbo dell’alimentazione” vanno ricercate nei rapporti familiari (leggi violenze fisiche e psicologiche subite da parte dei genitori); in un’ottica terapeutica l’anoressia viene trattata con un TSO solo in caso di gravissima denutrizione. Come se non bastasse i medici del reparto di psichiatria “curano” questo supposto caso di anoressia senza intervenire sui rapporti familiari, senza porre in discussione il ruolo della madre e del suo convivente, anzi permettendo alla madre di essere presente in reparto a suo piacimento e di ossessionare anche lì la figlia (secondo le norme vigenti in Italia, la ragazza, in quanto maggiorenne, è depositaria del diritto di scegliere se ricevere oppure no le visite in reparto): una terapia familiare molto particolare. I conti non tornano, neanche dal punto di vista clinico: cosa succede allora?

Torniamo indietro allora al giorno prima, quando la madre va a trovare la figlia e litiga per l’ennesima volta con lei, la insulta in maniera volgare, irride al suo modo di vivere, la schiaffeggia, le strappa con le mani una treccia di capelli, cosparge sé stessa e la figlia di petrolio minacciando di dare fuoco ad entrambe ... chi come me ha assistito alla scena non ha dubbi: se proprio c’era qualcuno da ricoverare per i suoi atteggiamenti deliranti era la madre e non certo la figlia. Ma la madre ha minacciato la figlia di farla ricoverare perché è “pazza”, perché vive in un centro sociale occupato e autogestito, perché sta imparando a fare la mangiafuoco, perché non vuole stare a casa con la famiglia, perché non studia, perché non fa quello che dice la mamma ... motivazioni molto scientifiche di certo, la psichiatria usata alla stregua del lupo cattivo: fai quello che dice la mamma se no la psichiatria ti ghermisce coi suoi artigli.

Come può essere così facile passare da una simile minaccia alla sua concreta attuazione? Dipenderà dal fatto che la madre è infermiera? O dal fatto che il convivente della madre è medico? O forse dal fatto che gli psichiatri in una situazione di conflitto familiare non si curano di sapere da che parte viene la violenza e penalizzano sempre il più debole?

Negli anni passati X ha visto scene di violenza inaudita a casa sua, botte fra la madre e il convivente, botte che lei stessa e suo fratello hanno ricevuto da quest’ultimo e altre cose che per decenza è meglio non raccontare, tant’è che nei mesi prima del ricovero la madre andava a trovare la figlia al centro sociale chiedendole scusa per tutto quello che le aveva fatto passare. Eppure tutto questo ai medici non interessa: per loro X probabilmente è un caso clinico, non un caso umano, una persona che “non ha diritti civili” come ci è stato riferito da uno psichiatra del reparto. Della sua esperienza e del dolore che si porta dentro nessuno si occupa, l’unica “cura” (?) sono gli psicofarmaci che l’addormentano e la lasciano inebetita.

Nel frattempo sin dai primi giorni del ricovero in psichiatria X è oggetto di numerosi abusi. Il primo è il ricorso alla contenzione: essere legati al letto è illegale dal 1978, si può essere contenuti solo ed esclusivamente per il tempo strettamente necessario alla somministrazione di una terapia. X è stata tenuta legata al letto un giorno intero, non certo per assumere una terapia, tant’è che medici ed infermieri prima di slegarla si sono posti solo questo problema (loro testuali parole): “ma starà tranquilla se la sleghiamo”? Quando simili violenze sono state denunciate al posto di polizia dell’ospedale, i poliziotti hanno parlato coi medici e si sono tranquillizzati nel sentirsi rispondere che “i protocolli erano stati tutti rispettati”(!). Rispetto a tale episodio è partito subito un esposto alla magistratura, ma tali denunce non avranno seguito. Il potere di medici e psichiatri è enorme, e il potere difficilmente si fa processare.

Come se non bastasse dopo le prime visite in ospedale degli amici di X, i medici stilano un ordine di servizio secondo il quale solo la madre può accedere al reparto. Ed è il secondo abuso, perché secondo la normativa vivente anche il paziente in regime di ricovero coatto ha il diritto di ricevere (o di rifiutare) chicchessia; a X viene così negato l’affetto dei suoi amici mentre è costretta a sopportare la presenza della madre con cui è in perenne conflitto. Per di più viene negato l’accesso al reparto pure ad un’associazione di tutela (il Telefono Viola contro gli abusi psichiatrici) che per una legge regionale ha diritto ad entrare nei reparti anche al di fuori dell’orario di visita. Ogni recriminazione degli amici, ogni denuncia alla stampa del Telefono Viola non sortisce nessun effetto e per questo episodio parte un ulteriore esposto alla magistratura. I medici si difendono assicurando che la comunicazione con la paziente è consentita a tutti tramite il telefonino e tramite ... i saluti e baci che le si possono mandare quando si affaccia alla finestra (!).

Ma non è finita ovviamente, perché il ricovero coatto che di regola dura una settimana sola e viene eseguito solo in casi eccezionali, in quest’occasione viene rinnovato 4 volte di seguito riportando in auge quel regime manicomiale che la legge Basaglia aveva voluto abolire 22 anni fa.

Cosa succede allora? Perché questo muro di gomma? E perché i giornali si stanno zitti o si limitano ad un piccolo trafiletto nascosto in fondo ad una pagina, perché certa stampa non si interessa ad un caso simile? Come è possibile tutto questo?

Un’ipotesi si fa largo solo a distanza di due settimane circa dal ricovero, quando si scopre che la madre ha chiesto la temporanea inabilitazione della figlia per “abuso di droghe ed alcool” e si scopre altresì che X è beneficiaria di un’assicurazione sulla vita sottoscritta dal padre morto 4 anni fa in circostanze misteriose. La richiesta di inabilitazione risale a dicembre, l’udienza per decidere su tale procedimento è fissata per il 7 settembre, il ricovero avviene esattamente un mese prima, un tempismo eccezionale per far sì che X vada giudicata quando è ancora sottoposta ad un ricovero psichiatrico?

Al processo X viene “condannata prima di essere giudicata” in quanto in attesa di una perizia la sua tutela viene affidata allo zio (e se lo zio non si fosse offerto? probabilmente l’avrebbero affidata alla madre!) e nel frattempo resta in reparto.

Come è possibile che venga trattenuta? Semplice, il giorno prima che scadesse l’ultimo TSO è stata imbottita di farmaci e ricattata affinché firmasse un foglio di resa incondizionata, ossia dichiarasse di volere restare a curarsi nel reparto per tutto il tempo che i medici ritenevano opportuno. Che tale dichiarazione le fosse stata estorta X lo ha detto pure in tribunale davanti al giudice, ma come per tante sporche faccende italiane intorno alla verità si è alzato un impenetrabile muro di gomma: giornalisti impauriti e ricattati affinché non scrivano nulla, denunce per violenza e maltrattamento insabbiate dalla magistratura, denunce sulla palese illegalità del ricovero che non hanno ottenuto risposta, medici che si coprono e si giustificano a vicenda, il giudice tutelare che tutela gli interessi degli aguzzini del reparto e non della ragazza. Non è il caso isolato di un medico che si comporta male, non è il caso isolato di una persona che sbaglia, ma è tutto un apparato di potere medico-giudiziario-giornalistico-poliziesco nel quale sono direttamente coinvolte decine di persone, tutto un apparato che agisce per privare X della libertà.

E come ciliegina sulla torta, come ultima beffa, la madre di X va a piangere alla Rai (al programma “chi l’ha visto” che indaga sulle persone scomparse) perché non sa dove si trovi sua figlia, perché sua figlia, appena terminata la reclusione nel reparto di psichiatria, è scappata dalla città. E chi si sognerebbe di restare in una città che ha permesso la realizzazione di simile violento complotto contro una ragazza innocente? Ma i giornalisti della Rai con quella trasmissione fanno persino credere che la madre buona si preoccupi della figlia fragile e “psicotica”, che è stata ricoverata in ospedale “per il suo bene”. La trasmutazione di tutti i valori è stata portata a compimento: la madre violenta che picchia la figlia è diventata una dolce madre che si preoccupa della figlia, e la figlia che cerca disperatamente la sua libertà è diventata una “malata di mente” da curare, come vorrebbe far credere la psichiatria.

Epilogo: la madre alla fine ha rinunciato al processo e ha ritirato la denuncia, la magistratura ha chiesto l’archiviazione delle denunce. Su quali basi? Ben 4 mesi dopo i fatti il magistrato avrebbe fatto svolgere un’ispezione (annunciata?) nel reparto non trovando nulla di irregolare. Secondo la logica contorta (o forse dovremmo dire ipocrita e meschina) di questa gente un medico che compie delle violenze ad agosto deve per forza farla anche a dicembre … come dire che se io sono indagato per un omicidio avvenuto l’anno scorso e quest’anno non uccido nessuno non c’è motivo per sospettare di me. La logica è a dir poco aberrante, ma la verità è fin troppo evidente: i poteri forti si coprono a vicenda quando compiono i loro misfatti.


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3 commenti:

essenzedinatura ha detto...

Non si può altro che dire: "Cose da pazzi!!"

corrado ha detto...

20 anni di "esperienza nel settore" mi fanno dire con certezza che si tratta di "ordinaria follia", la follia degli psichiatri, indottrinati e dotati di poteri quasi divini , al di sopra delle leggi.

gaia ha detto...

Agghiacciante.

Sono senza parole.