Tempo di Agire

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lunedì 6 dicembre 2010

E’ vero che è il più visto (d’altra parte, la concorrenza è assai scarsa), ma questo “Vieni via con me” è anche il programma più celebrato, osannato e leccato della tv, nonostante la noia, le manipolazioni e l’ignoranza su Falcone, Borsellino e Sciascia. Ma forse Annozero, Porta a Porta o Ballarò riescono a rimediare…

Articolo tratto dal blog di Carlo Vulpio

Ne hanno parlato in tanti, quindi posso parlarne anch’io. Mi riferisco al programma Vieni via con me, che è stato incensato, osannato, celebrato, leccato, come “la novità” (ma de che?).
C’è stata anche qualche critica, per la verità, e a me ha colpito particolarmente quella di Travaglio. Il quale, nel dare per scontato che “Vieni via con me” sia stato “comunque” un bel programma (per me invece è stato noioso e, cosa più grave, manipolatorio), sostiene che abbia peccato di conformismo perché “doveva parlare dei vivi, più che dei morti”. 

Su questo ultimo giudizio concordo con Travaglio. Yes, la penso così anch’io. E proprio per questa ragione, propongo a Travaglio di rimediare subito. Con temi a lui ben noti anche nei dettagli.

Nella prossima puntata di Annozero – affinché non si dica che anche questo programma è un altro “presepe della sinistra politicamente corretta” come quello dei superpagati Fazio e Saviano – ci racconti Travaglio, o magari Santoro, cosa accadde il 29 luglio 2008 nel Palazzo di Giustizia di Milano, dove alcuni magistrati tennero nascoste le carte provenienti dal Parlamento sul caso delle scalate bancarie, al solo scopo di scippare quel caso al giudice naturale, Clementina Forleo (che poi venne trasferita a Cremona), assegnandolo ad altro gip, il quale in pochi giorni decise come si doveva decidere e dopo venne casualmente promosso.

Poi, siccome la puntata di Annozero è lunga, e quindi il tempo non manca, ci spieghi Travaglio come mai anche nel programma di Santoro accade esattamente ciò che lui rimprovera al programma di Fazio, e cioè che “spariscono le figure controverse, scapigliate e borderline”.

O come mai “il sempre più imparruccato Vendola”, come lui – Travaglio – definisce il politico pugliese, oltre che a “Vieni via con me”, trovi così ampio spazio proprio ad “Annozero” e su “il Fatto”, con articoli-spot e interviste finte e senza domande: dalla giustizia alle politiche ambientali che favoriscono i mega affari nelle discariche, nell’eolico e nel fotovoltaico, fino al disastro nella sanità.

Aiuti il pubblico, Travaglio, o magari Santoro, a capire come può accadere che Nicola Vendola partecipi a un programma intitolato La macchina del fango, senza arrossire di vergogna, dopo aver spalato fango a tonnellate con accuse false e violente contro il pm antimafia Desirée Digeronimo che indaga sulla giunta che lui presiede. O dopo aver inondato di fango me – reo di avere svolto un’inchiesta pubblicata dal “Corriere della Sera” e mai smentita, nemmeno in tribunale, circa le discariche realizzate in maniera criminale accanto a un sito neolitico e proprio sopra un lago sotterraneo di acqua potabile –, sostenendo in tv che ero persino il “mandante morale” di una finta bomba trovata sulla spiaggia di Brindisi, “indirizzata” a lui con un biglietto di protesta per un depuratore non funzionante.

Poi, sempre per differenziarsi da “Vieni via con me” – e senza lisciare il pelo a Saviano, il quale ci ha dato ampia prova di non sapere di cosa parla quando parla di Falcone -, Travaglio, o magari Santoro, potrebbe dedicare uno spazio piccolo piccolo per spiegare alcune altre cosette:

1) a differenza di Alfredo Galasso, che criticò (legittimamente) Falcone per la sua scelta di andare al ministero della Giustizia, Leoluca Orlando lanciò un’accusa terribile contro il magistrato: lo accusò di “tenere le carte chiuse nei cassetti”;

2) la famosa inchiesta “mafia e appalti”, e più precisamente la richiesta di archiviazione – avanzata dai pm inquirenti il giorno dopo l’assassinio di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta e accolta alla velocità della luce dal gip di Palermo alla vigilia di ferragosto –, è un argomento che non si può più continuare a considerare “secondario”.


Ancora. Per dare contenuti veri al programma e “far parlare i vivi”, Travaglio, o magari Santoro, può approfondire la storia dei compensi di Fazio, Saviano, dello stesso Santoro, di Vespa, di Dandini, di Clerici, di Conti e di chiunque altro lavori per la tv pubblica pagata dai cittadini, i cui compensi dovrebbe essere calmierati per legge (per fare i miliardi ci sono le reti private, vadano a lavorare lì, così sulle reti pubbliche si liberano spazi per i più giovani).


Infine, Leonardo Sciascia.
Travaglio non può sempre raccontarla come dice lui e dire che “Sciascia fu consigliato male”. Un corno. Sciascia non fu consigliato da nessuno e scrisse ciò che riteneva giusto scrivere. Lo fece a suo modo e con il suo stile e i suoi contenuti sul “Corriere della Sera” del 10 gennaio 1987, con un lungo articolo di ben 14.703 battute, in cui non compare mai l’espressione “professionisti dell’antimafia” (che invece fu il titolo dato a quell’articolo senza che Sciascia fosse stato né avvertito, né consultato).

Ecco, Travaglio, o magari Santoro, oppure, perché no, gli eroi di “Vieni via con me” potrebbero, per rimediare alla insopportabile ignoranza in materia, rileggere alcuni passi di quell’articolo di Sciascia, ovviamente con lo swing giusto come sottofondo.

Per esempio, potrebbero “recitare” il passo sull’antimafia che può diventare “strumento di potere”, per raggiungere, scriveva Sciascia, “un potere incontrastato e incontrastabile […] in cui qualsiasi dissenso poteva essere etichettato come mafioso […] come può ben accadere in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando”.

Ma potrebbero, i sopra citati anchor-show-men, fare ancora meglio. Recitare un altro articolo di Sciascia, comparso su “La Stampa” del 6 agosto 1988 con il titolo “Tradimenti e fedeltà”, in cui lo scrittore di Racalmuto, rispondendo a un attacco di Eugenio Scalfari scrisse: “Non è vero che io ce l’avessi con quei magistrati e con quei politici, e per nulla sul piano personale (e di ciò si era reso ben conto proprio il dottor Borsellino): quel che mi inquietava era la temperie che intorno a loro si era stabilita, acriticamente, a renderli intoccabili; e soprattutto mi inquietava il comportamento del Consiglio Superiore della Magistratura appunto nel caso della promozione del dottor Borsellino. Il Consiglio si era sottratto alla regola vigente senza però stabilirne un’altra. Se l’avesse da quel momento stabilita, il caso del dottor Falcone, con tutto quel che oggi importa, non ci sarebbe stato. Adottando un criterio per promuovere Borsellino e tornando invece alla vecchia regola per non promuovere Falcone, ecco il nodo che presto o tardi doveva venire al pettine. La situazione di oggi, insomma, non l’ho inventata io con quel mio articolo sul Corriere: c’era, e non poteva che esplodere. Io non ho fatto che avvertirla, e tempestivamente”. Cinque anni prima delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio.

Ultimo consiglio, non richiesto ma pur sempre gratis. Nel prossimo Annozero, o Parla con me, o Ballarò o Porta a Porta, si potrebbe approfondire il tema del Roberto Benigni  copione. E magari parlare, oltre che delle battute “rubate” al sito www.spinoza.it, delle strane “concordanze” del suo film La vita è bella (1997), con Train de vie, il capolavoro del rumeno Radu Mihaileanu, uscito nel 1998, ma “pensato” e “conosciuto” prima che venisse girato il film del comico (?) toscano vincitore dell’Oscar. (Così magari ci scappa pure il dibattito su Rom, Romeni e Romani de’ Roma).




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