domenica 28 febbraio 2010

I giornalisti, le scie chimiche e la polvere intelligente

Nel suo articolo Ecco la polvere che spia pubblicato sul quotidiano La Repubblica il 31 ottobre 2002, Federico Rampini descrive la polvere intelligente o "smart dust" come un pulviscolo composto di miriadi di microchip.

Di essa egli scrive che:

Il Pentagono la definisce "La tecnologia strategica dei prossimi anni" (...) Il pulviscolo intelligente è fatto di miriadi di computer microscopici. Ognuno misura meno di un millimetro cubo ma incorpora sensori elettronici, capacità di comunicare via onde radio, software e batterie.

Invisibile e imprendibile, la polvere di intelligenze artificiali si mimetizza nell'ambiente e capta calore, suoni, movimenti. Può essere diffusa su territori immensi e sorvegliarli con una precisione finora sconosciuta. Sa spiare soldati standogli incollata a loro insaputa, segnala armi chimiche e nucleari, intercetta comunicazioni, trasmette le sue informazioni ai satelliti.

Dietro la polvere intelligente c'è uno dei più potenti motori del progresso tecnologico americano, la Defense Aduanced Research Projects Agency (Darpa) che è stata all'origine di innovazioni fondamentali, compreso Internet. E' il braccio scientifico del ministero della Difesa (...)

Gli elementi di base della loro costruzione sono i Merns, micro-elactro-mecanical systems. Sono micro-computer che integrano capacità di calcolo, parti meccaniche figlie della nano-robotica, più i sensori elettronici: cioè termometri, microfoni miniaturizzati, nasi e microspie che captano movimenti o vibrazioni. (...) I progressi della miniaturizzazione rendono i micro-apparecchi sempre più affidabili e ne allungano la vita, le batterie possono alimentarsi con le variazioni di temperatura o le vibrazioni. (...) "Il risultato finale sono network invisibili disserninati nell'ambiente - spiega Bruno Sinopoli - che interagiscono fra loro e trasmettono informazioni".

(...) Come sostiene la Darpa la rivoluzione dei microsensori diffusi nell'ambiente "diventerà la primaria fonte di superiorità nei sistemi di armamento". L'obiettivo è dichiarato ufficialmente sul sito Intemet della Darpa www.darpa.mil, perché per lavorare con gli scienziati di Berkeley anche i militari devono adottate certe regole di trasparenza. Si tratta di dispiegare in massa sensori remoti per scopi di ricognizione e sorveglianza del teatro di battaglia".


L'informazióne non è stata divulgata dalla Difesa ma gli scienziati californiani non hanno dubbi: la polvere intelligente ha già fatto la sua prima apparizione su un vero campo di battaglia in Afghanistan, dove gli americani hanno cosparso nubi di smart dust sulle zone più impervie e montagnose. Il prossimo test potrebbe essere l'Iraq dove in caso di intervento militare - e anche molto prima-la polvere intelligente verrà cosparsa dal cielo e finirà mimetizzata nella sabbia del deserto per monitorare spostamenti di truppe, artiglierie o rampe dei missili Scud.


A questo punto restano ben pochi dubbi che questa polvere, tanto intelligente quanto artificiale, e sicuramente non adatta ad entrare in contatto coi sistemi respiratori degli esseri viventi, sia stata realizzata principalmente per scopi militari. Anche se alla fine dell'articolo vengono menzionati gli usi pacifici di tale tecnologia, per costruire una rete di sensori anti-inquinamento e per la prevenzione degli incendi, per disseminare sensori interni alle strutture edili che ne percepiscono le lesioni interne (causate ad esempio dai terremoti), non è detto che queste finalità pacifiche siano poi realmente innocue.

Infatti si legge nella chiusura dell'articolo che ...

Spalmata sui muri con la vernice, una miriade di micro-computer consentirà di auto-regolare la temperatura e la luminosità dell'ambiente in modo da eliminare ogni spreco di energia. Sempre che non finisca per spiare chi in casa ci abita. A finanziare ricerche sulle applicazioni della smart dust con i fondi federali non c'è più solo il Pentagono. Ora è sceso in campo anche un fondo di venture capital che nella Silicon Valley tutti conoscono bene: si chiama In-Q-Tel ed è una filiale della Cia.

Letto questo articolo magari qualcuno si chiederà come mai, a sette anni e mezzo di distanza, nel sito di wikipedia si parli ancora della polvere intelligente come di un progetto ancora lontano dalla sua possibile realizzazione pratica. Ma sappiamo bene che wikipedia è uno strumento in mano alle élite governative, che lo utilizzano per distorcere la realtà; abbiamo già visto infatti che su tale scandaloso sito vengono sfacciatamente negate le responsabilità governative negli attentati di Londra e dell'11 settembre, nonché l'esistenza delle scie chimiche.

Dal momento che con le scie chimiche vengono diffuse anche queste terribili nanostrutture sensoriali, come dimostrano gli studi della dottoressa Staninger, è facile capire perchè ciò che è ormai da tempo una realtà tecnologica venga ostinatamente considerato inesistente.

La Staninger ha fa rintracciato nei filamenti estratti dalle ferite dei malati di Morgellons (del tutto analoghi ai polimeri rilasciati con le scie chimiche) delle nanostrutture con un segmento d'oro. Sia la nota tossicologa californiana sia la giornalista indipendente Carolin Williams Palit hanno correlato la luce ultravioletta alla capacità dei nanotubi di autoassemblarsi. Alcune delle loro scoperte vengono confermate da un recente articolo (sulle nanotecnologie per rimuovere l'inquinamento) comparso su Le scienze ove si legge


(...) si è riusciti infatti a mostrare come sottili particelle di metallo e carbonio possano intrappolare goccioline di petrolio nell'acqua che si autoassemblano a decine di milioni per formare minuscole sacche sferiche. Inoltre, gli studiosi hanno trovato che la luce ultravioletta e i campi magnetici potrebbero essere utilizzati per orientare le nanoparticelle, determinando un capovolgimento delle sacche e il rilascio del loro carico, una caratteristica che potrebbe essere utile anche per la somministrazione di farmaci.

(...) in principio venivano utilizzati nanotubi di carbonio a cui venivano collegati corti segmenti di oro. Ma, secondo Ajayan, con l'aggiunta di vari altri segmenti, di nichel o di altri materiali, i ricercatori possono creare nanostrutture effettivamente multifunzionali. La tendenza di questi nanobastoni ad assemblarsi in miscele acqua-olio è dovuta alla proprietà di avere l'estremo di oro idrofilo e l'estremo in carbonio idrofobo.


Più avanti potete leggere la traduzione di un articolo comparso sull'edizione on line del New York Times ove viene confermato che i progressi nella miniaturizzazione nanotecnologica permettono alle nanostrutture sensoriali di ricaricarsi assorbendo energia dalle onde elettromagnetiche dell'ambiente circostante.

E' quindi facile ipotizzare che l'irradiazione costante ed eccessiva di onde elettromagnetiche (antenne per la telefonia mobile e per i wi-fi, più altre antenne nascoste dedicate a scopi non certo umanitari) è funzionale alla diffusione delle scie chimiche. La sinergia tra scie ed onde elettoromagnetiche è molto probabilmente dedicata ad un sofisticato progetto di manipolazione delle coscienze e controllo mentale (non si spiegherebbe altrimenti come 6 miliardi di persone possano permettere senza protestare che il sole venga cancellato e l'aria ammorbata dai prodotti chimici dispersi tramite le scie degli aerei) ma forse anche ad un progetto ancora più nefasto (ed oscuro) di manipolazione genetica (come dimenticare che le frequenze dei telefonini alterano il DNA?) tesa a trasformare la razza umana con ibridazioni tecnologiche.

Ovviamente la notizia che viene diffusa tramite l'articolo de Le Scienze serve anche a disinformare sulle reali finalità di queste tecnologie militari ed a fornire una copertura; si potrà sempre attribuire ipocritamente la scoperta di tali nanostrutture nell'ambiente a delle operazioni di bonifica, sebbene in realtà la diffusione delle nanotecnologie è un "rimedio" peggiore del male che si finge di voler combattere.

Anche l'articolo del NY. Times assolve in parte a queste finalità; se da una parte in esso si parla della polvere intelligente come di qualcosa di ancora futuribile, d'altra parte si insiste sulle applicazioni positive di tali tecnologie, cercando di convincere le persone che la diffusione di "milioni di milioni" di nanosensori nell'aria che respiriamo possa portare alla fine un beneficio, e facendoci credere persino che possa essere normale in futuro trovare sensori negli alimenti che ci informano quando essi deperiscono.

La realtà è un'altra, ormai queste odiose nanoparticelle hanno permeato l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo ed il cibo che ingeriamo, contribuendo all'aumento di malattie degenerative, croniche e mortali.

Ben sapendo quello che c'è dietro questa sporca storia, una lettura critica del seguente articolo risulta molto illuminante; basti tenere presente che quasi tutto ciò che in tale articolo viene considerato come futuribile o fattibile in realtà è stato già realizzato, come mostra l'articolo di F. Rampini risalente a ben sette anni e mezzo addietro.



Traduzione dell'articolo Smart Dust? Not Quite, but We’re Getting There pubblicato sull'edizione online del New York Times il 30 Gennaio 2010.


Polvere intelligente? Non ancora ma ci stiamo arrivando

di STEVE LOHR

Nell'informatica la visione precede la realtà di una decina d'anni o anche più (...)

Anni fa, alcune persone entusiaste hanno predetto l'arrivo della “polvere intelligente” (smart dust) — minuscoli sensori digitali, dispersi in tutto il mondo, capaci di raccogliere ogni sorta di informazioni e di comunicare con potenti network di computer [computer collegati in rete - N.d.T.] per monitorare, misurare e comprendere il mondo fisico in una nuova maniera. Ma questa intrigante visione sembrava tirata fuori dal mondo della fantascienza.

La polvere intelligente, di sicuro, resta qualcosa di là da venire. Ma il circolo virtuoso della tecnologia relativa a oggetti sempre più piccoli, veloci ed economici ha raggiunto il punto in cui gli esperti affermano che i sensori potranno presto essere abbastanza potenti da essere l'equivalente di minuscoli computer. Alcuni ambiziosi progetti di ricerca sui sensori fanno intuire in che direzione stanno andano le cose.

L'anno scorso la Hewlett-Packard ha iniziato un progetto che essa ha denominato ambiziosamente “Sistema Nervoso Centrale per la Terra,” un'iniziativa da svilupparsi nel corso di dieci anni per collegare fino a un milione di milioni di sensori-spillo intorno al globo. I ricercatori della H.P., combinando competenze nel campo dell'elettronica e sella nanotecnologia, hanno annunciato a Novembre di aver sviluppato sensori con accelerometri 1000 volte più sensibili dei rivelatori di movimento commerciali utilizzati nei regolatori dei video game Nintendo Wii ed in alcuni smartphone.

L'utilizzo di accelerometri nei prodotti commerciali porta a dei cambiamenti nei costi dei sensori, nota Peter Hartwell, da lungo tempo ricercatore nei laboratori della H.P. Negli anni '80 si è iniziato ad utilizzare gli accelerometri nelle automobili, per rilevare gli scontri in modo da far gonfiare gli air bag. Questa era un'applicazione specializzata e costosa della rilevazione del moto. Ma i sensori economici di oggi, afferma Mr. Hartwell, stanno aprendo la porta ad un utilizzo diffuso, collegando il mondo fisico ai computer come mai era successo prima.

Per ciò che riguarda desktop e centri di elaborazione dati il potere di computazione progredisce inesorabilmente. “Ma è ancora come se il computer fosse un cervello che è cieco sordo e muto rispetto all'ambiente che lo circonda,” dice Mr. Hartwell. “Quello che sta per fare la rivoluzione dei sensori è proprio eliminare questa frattura.”

“La polvere intelligente - ha osservato Joshua Smith, capo ingegnere presso gli Intel Labs di Seattle – per ora è impossiible da realizzare perché senza batterie al momento non funziona. Ma presto questa barriera sarà superata. In futuro, infatti, verranno realizzati sensori intelligenti che potranno gestire volumi di dati ancora più grandi a parità di consumi”.

Sensori muniti di microchip possono essere progettati per monitorare e misurare non solo il movimento, ma anche la temperatura, la contaminazione chimica o i cambiamenti biologici. Le applicazioni per l'informatizzazione basata sui sensori, affermano gli esperti, includono edifici che che gestiscono da soli il proprio utilizzo di energia, ponti che controllano il movimento e la fatica del metallo [sollecitazioni e deformazioni ripetute sulle strutture metalliche possono portare al cedimento - N.d.T.] per segnalare agli ingegneri quando hanno bisogno di essere riparati, autovetture che tracciano gli schemi del traffico e segnalano i buchi nella pavimentazione stradale, carichi di frutta e verdura che segnalano ai negozianti quando maturano ed iniziano ad andare a male.

L'esaurimento dell'energia di alimentazione è stato a lungo il tallone d'Achille dell'informatizzazione basata sui sensori. La polvere intelligente, ha osservato Joshua Smith, un ingegnere capo dei laboratori dell'Intel di Seattle, risultava impossibile perchè i sensori intelligenti avevano bisogno di batterie. Invece che piccoli come un granelli di polvere, egli dice, i sensori sarebbero stati della grandezza dei pompelmi.

Ma l'ostacolo dell'alimentazione, afferma Mr. Smith, si sta rapidamente assottigliando. Progressi nei chip per i sensori stanno portando ad un prevedibile e rapido progresso nella quantità di elaborazione dati che può essere effettuata per unità di energia. Questo, egli dice, aumenta i potenziali carichi di lavoro che i sensori possono gestire e le distanze sulle quali essi possono comunicare — senza batterie.

Alla Intel, Mr. Smith sta portando avanti una ricerca sui sensori che si basa sulla tecnologia commercialmente disponibile per gli RFID (per l'identificazione a distanza) aggiungendo un accelerometro ed un chip programmabile, il tutto in un blocco dell'ordine di grandezza dei millimetri. La sua energia, spiega, può venire o da un lettore a radio-frequenze, come negli RFID, o dalle emissioni energetiche sotto forma di onde elettromagnetiche emesse da parte della televisione, delle radio in FM e dei network connessi con tecnologia senza fili (WiFi ); a riguardo di quest'ultima cosa, egli aggiunge, la Intel sta sviluppando “circuiti che raccolgono energia [dall'ambiente]”.

“La capacità di eliminare le batterie per questi sensori porta la visione della polvere intelligente più vicina alla realtà” afferma Mr. Smith.

In questo modello di informatizzazione i sensori sono dei servitori. Essi esistono per generare dati. E più sensori ci sono, migliore è la qualità dei dati. Una volta estratti ed analizzati, dati migliori dovrebbero permettere alla gente di prendere decisioni migliori su cose molto differenti tra di loro come la politica energetica ed la commercializzazione dei prodotti.

Se l'informatizzazione basata sui sensori decollerà, essa darà luogo alla domanda di una grande quantità di tipologie di hardware e software per registrare, processare e ricercare all'interno dei nuovi oceani di dati delle pepite di conoscenza utile. Questo potrebbe essere quindi una manna dal cielo per il business, con la fondazione di quello che gli analisti chiamano “l'internet delle cose.”.

“Sembra quasi come l'inizio di internet,” dice Katharine Frase, vice presidente per le tecnologie emergenti del settore ricerca dell' I.B.M. “Potete vedere che l'informatica dei sensori sta per diventare importante ed utile, ma non è possibile sapere in anticipo come essa trasformerà le cose.”

I recenti progressi nei sensori indipendenti possono essere impressionanti, ma alcuni ricercatori stanno seguendo una strada differente. “Abbiamo già distribuito in maniera massiccia dei sensori senza fili — sono chiamati telefoni cellulari ” spiega Deborah Estrin, una scienziata dei computer dell'Università della California, Los Angeles.

Ms. Estrin ed i suoi colleghi al Centro universitario per il monitoraggio con Sensori Collegati in Rete [Center for Embedded Networked Sensing] ha sviluppato diversi progetti che utilizzano i cellulari e la gente nell'analisi e nella raccolta di dati. I cellulari, essi affermano, sono strumenti versatili per raccogliere dati e stanno diventando continuamente più potenti — con telecamere, GPS, accelerometri e connettività ad internet. Il loro lavoro è all'avanguardia in un campo emergente chiamato uso partecipatorio dei sensori.

Un progetto comporta la raccolta di dati sul viaggio, il tempo e la posizione, ovvero il loro inserimento su appositi database sul Web per calcolare l'impatto ambientale su una singola persona e la sua esposizione agli agenti inquinanti (peir.cens.ucla.edu). Un altro progetto, in cooperazione col Servizio dei Parchi Nazionali (National Park Service), utilizza un'applicazione degli smartphone per identificare, fotografare e monitorare l'avanzamento di piante infestanti, come la Phalaris Aquatica (Harding grass) e la cicuta, che possono soppiantare le specie locali e minare la biodiversità (whatsinvasive.com).

Ancora un'altra applicazione è quella di Twitter per i dati segnalati dalle persone stesse sulla vita di ogni giorno (your.flowingdata.com) (...) L'uso più comune (...) è stato quello di monitorare la salute personale — abitudini alimentari, peso, pressione sanguigna, livello di glucosio nel sangue ed gli orari del sonno.

Il cellulare è un compagno costante, immediato ed intimo, sempre lì per informarti, ricordarti ed avvisarti. (...) “La potenzialità di aiutare la gente ad operare dei cambiamenti del comportamento ed a migliorare la propria salute è enorme” afferma Ms. Estrin.

giovedì 25 febbraio 2010

Vaccino per l'influenza suina, la Novartis minaccia la Francia (ci sarà una nuova pandemia!)

Articolo tratto dall'ottimo sito www.saluteme.it ove è stato pubblicato il 12/10/2009 (qui il link originale).

Alla casa farmaceutica svizzera Novartis non è andata proprio giù la decisione del governo francese di disdire 7 milioni di dosi di vaccino che aveva ordinato contro l'influenza A (H1N1) e di cui una parte era già stata prodotta. "Il governo francese non ha rispettato i propri impegni", ha detto al quotidiano Le Monde, Daniel Vasella, l'amministratore delegato di Novartis. E ha aggiunto: "Alla prossima pandemia - perché ci sarà una nuova pandemia - serviremo prioritariamente gli Stati 'affidabili'".

L'eurodeputata verde di Europe Ecologie, Michele Rivasi, ha chiesto che venga istituita una comissione d'inchiesta parlamentare sulla gestione da parte dell'Unione europea della pandemia dell'influenza A.

Un'inchiesta del quotidiano francese Le Parisien, giorni fa ha parlato di "relazioni di interesse tra sei esperti dell'Oms e alcune case farmaceutiche". Nei giorni scorsi, anche la stessa Oms ha ammesso davanti all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa (Apce), l'organismo di 47 Stati membri con sede a Strasburgo, di essere stata influenzata dai laboratori farmaceutici quando ha dichiarato lo stato di pandemia per il virus dell'H1N1.

L'influenza A, le cui conseguenze per settimane hanno tenuto in allarme milioni di persone, in realtà era una "falsa pandemia" orchestrata dalle case farmaceutiche pronte a fare miliardi di euro con la vendita del vaccino: l'accusa tardiva arriva da Wolfang Wodarg, il presidente tedesco della commissione Sanità del Consiglio d'Europa.

Wodarg ha anche accusato esplicitamente le industrie farmaceutiche di aver influenzato la decisione dell'Organizzazione Mondiale della Sanità di dichiarare la pandemia.

Secondo Wodarg, il caso dell'influenza suina è stato "uno dei più grandi scandali sanitari" del secolo. Le maggiori aziende farmaceutiche, secondo Wodarg, sono riuscite a piazzare "i propri uomini" negli "ingranaggi" dell'Oms e di altre influenti organizzazioni; e in tal modo potrebbero aver persino convinto l'organizzazione Onu ad ammorbidire la definizione di pandemia, il che poi portò, nel giugno scorso, alla dichiarazione di pandemia in tutto il mondo.

"Per promuovere i loro farmaci brevettati e i vaccini contro l'influenza, le case farmaceutiche hanno influenzato scienziati e organismi ufficiali, competenti in materia sanitaria, e così allarmato i governi di tutto il mondo: li hanno spinti a sperperare le ristrette risorse finanziari per strategie di vaccinazione inefficaci e hanno esposto inutilmente milioni di persone al rischio di effetti collaterali sconosciuti per vaccini non sufficientemente testati".

E' tutto il sistema che è marcio, tutto deve essere rivisto, Big Pharma controlla tutti, dalle riviste scientifiche, ai finanziamenti alle ricerche, ha rapporti con gran parte di chi ricopre funzioni di controllo ed indirizzo, le stessa sperimentazioni dei farmaci è alquanto preoccupante, sono svolte dalle stesse case farmaceutiche e l'efficacia non può essere mai certa. In Italia, ovviamente, non c'è alcuna polemica... E come dimenticare quando si insinuava che il Ministro Ewa Kopacz dicesse stupidaggini?

La Polonia rifiuta i vaccini per influenza A H1N1 perchè sono una truffa!

Vedi anche:

I telefonini tra i fattori di rischio per il cancro cerebrale

Articolo tratto dall'ottimo sito www.saluteme.it ove è stato pubblicato il 12/10/2009 (qui il link originale).

A pochi giorni dalla diffusione di uno studio pubblicato sul Journal of the National Cancer Institute che sostanzialmente ''assolveva'' i telefonini, lo studio Interphone, condotto in 13 Paesi, Italia compresa, sul quale sono stati investiti 30 milioni di euro e che dovrebbe essere reso noto entro dicembre, è meno rassicurante nelle conclusioni.
Dopo l'analisi, anche di studi di segno opposto, si conclude che "l'aumento del numero di casi di cancro cerebrale collegato all'utilizzo estensivo del cellulare, per quanto piccolo, c'è e si può anche misurare: per ogni 100 ore di uso del telefono il rischio di neoplasie del cervello crescerebbe del 5%".
Quando l'uso è estensivo gli scienziati calcolano che l'incidenza del tumore potrebbe crescere per ogni anno dell'8%; per ogni decennio del 280%; e se l'impiego è iniziato nell'adolescenza sale addirittura del 420%. E questo accade perchè i campi magnetici agiscono sul Dna. Inoltre indebolirebbero la barriera esistente tra cervello e circolo sanguigno, e danneggerebbero la fertilità maschile.
Secondo ricercatori, medici, esperti di salute pubblica, fisici di 12 Stati europei e nordamericani, tutti indipendenti e tutti convinti nel firmare il documento ''Cellulari e tumori cerebrali: 15 motivi per essere preoccupati" (www.radiationresearch.org/).
Dello studio si occupa il numero dell'Espresso domani in edicola, di cui il settimanale ha diffuso un'anticipazione. Il servizio del settimanale ricorda pure "che tra il 1986 e il 2005 si è avuto un aumento dei casi dello 0,5 per 100 mila abitanti tra gli uomini e dello 0,9 per cento tra le donne''.(ANSA)

martedì 23 febbraio 2010

Canada: paralisi causata dal vaccino per l'influenza suina

Traduzione dell'articolo Flu shot blamed for paralysis pubblicato sull'edizione online del giornale canadese Toronto Sun il 6 febbraio 2010

Il vaccino incolpato della paralisi

Donna di Kingston in guarigione, spera di potere tornare a camminare.


di Michele Mandel, Toronto Sun

Poco prima di Natale, Stephanie Willette è passata improvvisamente dall'essere una studentessa di infermieristica in buona salute all'essere un'impotente paziente paralizzata dal collo in giù, con una tracheotomia per le permettere la respirazione.

Adesso la giovane di 20 anni si sta lentamente rimettendo in un ospedale per la riabilitazione di Kingston, è ancora incapace di mettersi a sedere, ma spera di poter tornare a camminare un giorno.

La donna di Lindsay è un'altra persona colpita dalla Sindrome di Guillain-Barreé, un'altra ancora la cui famiglia incolpa il vaccino contro l'H1N1 per aver causato la rara condizione neurologica.

“Non lo possono provare, ma non possono dimostrare il contrario. Era in perfetta salute fino a due settimane prima della vaccinazione” afferma arrabbiata sua madre Karen. “Credo che ci siano molti altri casi là fuori, più di quanti il governo lasci che si sappia. E' un gran segreto.”

Secondo il ministero della salute, si sta indagando solo su quattro casi di Sindrome di Guillain-Barré riportati in Ontario in seguito alla vaccinazione di massa di cinque milioni di persone in quella provincia.

Ma abbiamo già raccontato le strazianti storie di due pazienti che incolpano la loro debilitante insorgenza della Sindrome di Guillain-Barré al vaccino per l'influenza suina - che hanno ricevuto a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro nello stesso presidio sanitario di Markham.

Da allora altre quattro vittime della sindrome di GB si sono fatte avanti al Sunday Sun. Con l'aggiunta di un caso a Hamilton riportato lo scorso novembre, sono sette solo i casi che abbiamo contato noi in Ontario [vedi a questo link un articolo, sempre di Michele Mandel, su un altro caso di Sindrome di GB sviluppatasi in seguito al vaccino per l'influenza suina - N.d.T.].

E allora quanti sono esattamente le persone che sono state devastate da questo vaccino così fortemente propagandato? E perché il Quebec è l'unica provincia che ha un programma di risarcimento onnicomprensivo per i pochi sfortunati che soffrono di un tale devastante effetto collaterale?

La Sindrome di GB può causare una leggera debolezza muscolare o una seria paralisi ed è diagnosticata a circa 600 canadesi ogni anno dopo un incontro con batteri sviluppatisi nel cibo, infezioni virali o interventi chirurgici.

Molto più raramente, essa si può sviluppare fino a sei settimane dopo un vaccino anti-influenzale. E' lì nelle avvertenze scritto in caratteri minuti: il rischio di contrarre la Sindrome di GB dopo una qualsiasi vaccinazione anti-influenzale è di circa uno su un milione di dosi.

Dopo le vaccinazioni contro l'influenza suina del 1976 fu riscontrato un aumento dei casi di Sindrome di GB, mentre non c'è stata la segnalazione di una simile ondata [di casi di malattia] con le vaccinazioni di adesso. Ma quanti casi non sono stati correttamente riportati?

Al 23 gennaio l'Agenzia della Sanità Pubblica del Canada stava seguendo 24 casi verificatisi in seguito alla vaccinazione, ovvero 0,95 per milione, come ci si aspettava. “Non sono emerse preoccupazioni riguardo alla Sindrome di GB in connessione con i vaccini per l'H1N1” afferma l'Agenzia.

Ciò è di ben poco conforto per un'altra madre che ha quasi perso il figlio lo scorso mese.

“Questi numeri non significano assolutamente niente quando tuo figlio si trova in terapia intensiva a combattere per la propria vita” dice Cathy, il cui figlio ha chiesto che non venga pubblicato il loro cognome. “Allora le probabilità sono molto pù del tipo uno su uno.”

Suo figlio Michael era un robusto ragazzo di 26 anni in buona salute che lavorava in ospedale, che ha iniziato a lamentarsi di un formicolio ai piedi quattro settimane dopo la vaccinazione contro l'influenza suina. Il 5 dicembre, mentre stava perdendo la sensibilità alle gambe, sua madre lo ha portato di corsa all'ospedale di St. Joseph. Una puntura lombare ha confermato la Sindrome di GB.

La sua salute si è poi deteriorata così rapidamente che ha passato quattro giorni in terapia intensiva, completamente paralizzato.

“E' stato brutale” ricorda Michael, ritornato alla sua casa di Etobicoke. “Sei intrappolato nel tuo cervello. Non mi potevo muovere. Non potevo nemmeno inghiottire la mia saliva. Era un inferno e c'è stato un momento in cui avrei voluto morire.”

Egli è uno dei più fortunati. La sua guarigione è stata sbalorditivamente rapida, quasi come l'insorgenza della sua paralisi. Dopo un mese in ospedale e due settimane all'istituto di riabilitazione di West Park egli è debole, ma cammina nuovamente. “Sembra come se fosse stato tutto un cattivo sogno” dice.

Ma non per sua madre. Lei ha scritto una mordace lettera a diversi ufficiali sanitari, tra i quali il dottor David Butler-Jones, il dirigente del servizio sanitario canadese che ha passato dei mesi esortando tutti a sottoporsi alla vaccinazione contro l'influenza suina.

“Aapetto una vostra risposta su come pensate di risarcire Michael per il suo dolore e la sua sofferenza dal momento che tutti i dirigenti sanitari hanno ripetuto continuamente che il vaccino per l'H1N1 era sicuro” ha scritto. “Cosa farete per le persone sfortunate come Michael?”

Un mese è passato e nessuno ha nemmeno avuto la decenza di rispondere.

lunedì 22 febbraio 2010

Influenza suina, il ministero della Salute ritira i vaccini - class action contro i test inaffidabili

Fonte: il salvagente

Successo "anticipato" della Class action promossa dal Codacons.

Segna un parziale successo la class action avviata dal Codacons contro lo spreco di soldi pubblici per l’acquisto dei vaccini anti-influenza A rimasti in gran parte inutilizzati. Con una circolare del 12 febbraio scorso, infatti, la Direzione generale prevenzione e sanità del ministero della Salute ha invitato le Regioni a ritirare le dosi di vaccino non utilizzate. Dosi che, secondo le prime indiscrezioni, saranno destinate in parte all’Oms e in parte ai paesi più poveri.

Presentata una class action il 15 gennaio

"Proprio sulla questione dei vaccini acquistati e rimasti inutilizzati, lo scorso 15 gennaio avevamo presentato una class action contro il ministero della Salute e ministero dell’Economia, chiedendo non solo di risolvere il contratto con le industrie farmaceutiche relativo alla fornitura di vaccini, ma anche un risarcimento in favore degli utenti del Servizio sanitario nazionale per lo spreco immane di soldi pubblici" spiega il presidente del Codacons, Carlo Rienzi.
Chiesto un risarcimento di 3 miliardi di euro
Proprio sulla richiesta di risarcimento - per un importo pari a 3 miliardi di euro - si attende a breve la decisione del Tar del Lazio, tribunale cui l’associazione si è rivolta nell’interesse degli utenti.E’ ancora possibile aderire all’azione del Codacons: basta seguire le istruzioni presenti
sul sito codacons.it.

Sintesi class action “vaccino influenza A”

link per aderire



Influenza Suina: parte la class action del Codacons contro la farmaceutica VODEN MEDICAL INSTRUMENTS per i test di rivelazione fai-da-te inefficaci

Fonte: sito del codacons

Caro consumatore, il Codacons ha presentato, avanti il Tribunale di Milano, un'altra clamorosa class action, resa possibile dal nuovo articolo 140 bis del Codice del Consumo.

Il Codacons, come riportato da tutti gli organi di stampa, da sempre denuncia la strumentalizzazione della cosiddetta influenza suina a fini speculativi. Non e' sfuggita a tale regola nemmeno l'enorme businness costituito dai cosiddetti "test fai da te".

E' stata citata in giudizio, avanti il Tribunale di Milano, la VODEN MEDICAL INSTRUMENTS SPA, ideatrice e distributrice del test "EGO TEST FLU", che permetterebbe la rilevazione, fai da te, della presenza dell'influenza A e B, compresa quella suina e aviaria.

Peccato che il Vice Ministro del Welfare, Fazio, come riportato da tutti gli organi di stampa, abbia dichiarato che "i test a casa non servono a niente, l'unica diagnosi affidabile e' quella del medico".

Mentre la societa' distributrice afferma che il test sarebbe "pratico, semplice e sicuro", e che vanterebbe una "sensibilita' del 99,1%", tecnici del Ministero dichiarano che il test "ha una scarsa sensibilita' rispetto agli esami di tipo molecolare, il che comporta un rischio non indifferente di incorrere in falsi negativi...omissis... per questo motivo non sono raccomandati".

D'altra parte, molte farmacie hanno rifiutato la commercializzazione del test, come affermato sugli organi di stampa dal Presidente di Federfarma Lazio: "le cooperative di farmacisti del Lazio non lo hanno acquistato. Non vogliamo vendere ai clienti prodotti illusori."

Di qui la class action notificata al Tribunale di Milano.

La nuova legge sulla class action, art. 140 bis del Codice del Consumo, prevede che ora i giudici dovranno valutare l'ammissibilita' di questa class action. In caso positivo, sara' possibile l'adesione per tutti coloro che hanno acquistato questo test, per ottenere la restituzione dei soldi pagati.

Intanto, e' possibile, cliccando sul seguente link e compilando i campi indicati, essere informato da noi su tutti gli sviluppi di questa azione e, in caso di valutazione di ammissibilita' positiva da parte dei Giudici, sulle modalita' di adesione a questa class action.

domenica 21 febbraio 2010

I cellulari sono più dannosi del fumo


Sull'edizione online del giornale inglese The Indipendent on Sunday è stato pubblicato il 30 marzo 2008 un articolo nel quale si riferiscono le dichiarazioni del Dr Vini Khurana, un esperto di tumori già vincitore di diversi riconoscimenti scientifici, il quale afferma che "le persone dovrebbero evitare di utilizzarli ogni volta che sia possibile" e "i governi e le aziende della telefonia mobile dovrebbero intraprendere azioni immediate per ridurre l'esposizione alle loro radiazioni".

Egli afferma pure che l'incidenza di tumori maligni (causati dalle radiazioni) e delle morti ad essi associate crescerà globalmente da qui a dieci anni, ma a quel punto sarà troppo tardi per intervenire dal punto di vista medico.

Il Dr. Khurana afferma poi che le radiazioni da cellulari sono più pericolose del fumo per il semplice fatto che le persone che usano i telefonini, e che sono quindi esposte ai loro campi elettromagnetici, sono il triplo delle persone fumatrici.

Da notare che nell'articolo viene precisato che gli studi che "garantivano" la sicurezza dei cellulari non includevano persone che avessero utilizzato il cellulare per lunghi periodi di tempo (10 anni o più) e quindi non potevano rilevare i casi di tumore cerebrale indotti dalle radiazione dei telefonini. Abbiamo già visto in precedenza come per "garantire" la sicurezza dei cellulari si siano realizzati "studi scientifici" finanziati dalle aziende di telefonia mobile che per escludere il rischio di tumore cerebrale hanno operato una sistematica alterazione dei dati con vari sotterfugi.

Ciò non ostante in chiusura di articolo c'è la scontata "smentita" dell'Associazione degli Operatori di telefonia Mobile (Mobile Operators Association) che considera lo studio di Khurana "una discussione parziale della letteratura scientifica condotta da un singolo individuo"; secondo tale associazione (che per ovvi motivi difficilmente può esprimere sulla questione un parere imparziale) Khurana "non presenta un'analisi equilibrata" di quanto pubblicato nelle riviste scientifiche, e "giunge a conclusioni opposte a quelle dell'OMS e di altre 30 riviste scientifiche indipendenti".

Ah già l'OMS, quell'Organizzazione Mondiale della Sanità che proprio di recente ha modificato le definizione di pandemia per includervi qualsiasi influenzetta, e quindi far scattare un piano di vaccinazione grottesco, inutile e pericoloso, facendo scattare con la propria arbitraria dichiarazione di "raggiungimento del livello 6 di pandemia" dei contratti multimiliardari tra i vari governi nazionali e le aziende farmaceutiche. Ormai sappiamo, dopo la bufala dell'influenza suina, come l'OMS sia un organismo assolutamente succube degli interessi delle aziende farmaceutiche e per niente affidabile dato che ha avallato delle inoculazioni vaccinali contenenti mercurio e squalene. A questo punto è facile immaginare l'OMS sia influenzabile anche da altre grosse aziende e da altri poteri forti.

Quanto alle 30 riviste citate ho qualche serio dubbio che esistano davvero "riviste scientifiche indipendenti" dal momento che tali riviste vivono della pubblicità delle aziende che operano nel campo della scienza e della tecnologia.

Qui di seguito la traduzione delle parti più interessanti dell'articolo di Geoffrey Lean Mobile phones 'more dangerous than smoking', ovvero I cellulari sono 'più pericolosi del fumo'.



Ciò si basa sulle prove crescenti – riportate in esclusiva dall'Indipendent on Sunday ad ottobre – che utilizzare telefoni portatili per 10 anni o più può raddoppiare il rischio di contrarre un tumore cerebrale. I tumori hanno bisogno di almeno dieci anni per svilupparsi, e questo contraddice le assicurazioni ufficiali di sicurezza [dei cellulari] basate su studi precedenti che includevano poche persone, se pure le includevano, che avevano utilizzato i telefoninini per così lungo tempo.

Precedentemente in questo stesso anno, il governo francese aveva avvisato messo in guardia contro l'uso dei cellulari, specialmente da parte dei bambini. Anche la Germania consiglia alla propria gente di minimizzare l'utilizzo dei telefoni portatili, e l'Agenzia Europea per l'Ambiente (European Environment Agency) ha richiesto che venga ridotta l'esposizione [alle loro radiazioni].

Il professor Khurana – un neurochirurgo di chiara fama che ha ricevuto 14 riconoscimenti negli scorsi 16 anni e che ha pubblicato più di tre dozzine di articoli scientifici – ha revisionato più di 100 studi sugli effetti dei cellulari. Egli ha pubblicato i risultati su un sito internet di chirurgia cerebrale, ed un articolo basato su tale ricerca è al momento sottoposto a revisione autorevole per la pubblicazione su una rivista scientifica.

Egli ammette che i telefoni portatili possano salvare la vita in occasione di certe emergenze, ma conclude che "c'è un significativo insieme di prove, che sta continuamente crescendo, tra l'utilizzo del cellulare e certi tumori cerebrali". Egli crede che ciò verrà "provato definitivamente" nella prossima decade.



Interessanti anche i commenti di molti lettori del giornale The indipendent.

austinwalters - Ho usato i cellulari per molti anni e posso affermare con certezza di avere sperimentato dolori all'orecchio, all'occhio e alla testa vicino all'orecchio utilizzato per ascoltare il telefonino. Penso di potere attribuire [al cellulare] anche la mia perdita di memoria (ma potrebbe anche essere stata causata dall'età).

I mass-media hanno anche riportato alcune notizie sugli effetti sull'umore causati dalle torri per antenne per la telefonia mobile situate nell'area in cui vivo, la Bridgend Community.

Bisognerà aspettare ancora pochi anni fino a quando la nuova generazione, cresciuta nell'era del cellulare, mostrerà abbastanza segni di malattia (...)

Spero per la mia salute che sia sicuro utilizzare i celliulari dal momento che il mio é praticamente incollato alla mia testa per 8 ore al giorno.

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rcassidy - Ho iniziato a sperimentare un fortissimo dolore causato dall'uso del cellulare, [dolore] che si diffondeva a partire dall'orecchio o dall'occhio e che arrivava fino allo zigomo, al sopracciglio, al collo alla spalla, al braccio al petto, alla schiena, e che continuava a diffondersi anche dopo avere temrinato la chiamata. Dopo sono diventato così stanco, a volte per delle ore. Una volta mi sono sentito così abbattuto fisicamente che ho dovuto andare a dormire nel mezzo della giornata e non mi sono sentito abbastanza bene fino a quando mi sono alzato il giorno seguente.

Il dolore che mi viene è diventato così terribile che mi fanno male persino i follicoli dei capelli!!! (...) Sono d'accordo che è difficile non utilizzare un cellulare al mondo d'oggi, ma non metterò più un cellulare a contatto del mio orecchio!!! Adesso lo utilizzo come un costoso cercapersone e rrispondo alle chiamate esclusivamente da una linea fissa (cosa che probabilmente non è ancora del tutto sicura) dal momento che me lo devo ancora portare appresso

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allbeings88 - Circa 6 anni fa utilizzavo il cellulare per 4 o 5 ore al giorno. Un giorno ho notato che la parte sinistra dell'orecchio iniziava a sentirsi intorpidita mentre ero al telefono. L'area di intorpidimento si estendeva gradualmente. Molto presto tutto il volto mi si intorpidiva. Sono andato a consultare dei dottori. Mi hanno fatto dei controlli. Nessun esame ha rilevato qualcosa di anormale, ma l'intorpidimento era sempre lì. Così il dottore mi disse di non usare il cellulare per qualche tempo.

Dopo un paio di mesi l'intorpidimento svanì. Adesso non posso utilizzare il cellulare per più di 15 minuti altrimenti sento l'interno di tutto il mio cranio intorpidito. La gente pensa ancora che io sia strano e che non parli seriamente.

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alphalfa217 - Ci sono tonnellate di prove disponibili e nuove tecnologie brevettate per aiutarci a proteggerci (non molti ne sono ancora a conoscenza). Guardate questo sito web www.bioprotechnology.com. Vi trovate ottime informazioni, e suggerisco anche la lettura del libro Would You Stick You Head in a Microwave Oven? (ovvero Metteresti la tua testa in un forno a micro-onde?) del Dottor Goldberg. Non solo tumori cerebrali (gliomi) ma anche qualcosa sull'autismo, i disordini del comportamento, il morbo di Parkinson, i tumori ai nervi uditivi ... e la lista va avanti per molto! Dobbiamo chiederci perchè?

"L'inquinamento elettromagnetico può essere la più importante forma di inquinamento che l'attività umana ha prodotto in questo secolo." - Dottor Andrew Weil.

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kringur - Nello scorso mese ho saputo di tre casi di tumori cerebrali. Un parente e due persone del vicinato. Tutti di un'età tra i 40 e i 50 anni, e tutti utilizzatori di cellulari da più di dieci anni. E' una coincidenza? O sto testimoniando l'insorgere di un'epidemia?

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noahet - Anche io ho sperimentato notevoli effetti collaterali causati dall'uso del cellulare. E a causa di ciò non uso più il cellulare per parlare, ma solo per scrivere messaggi. Sono diventato quasi un emarginato dalla società a causa del mio rifiuto di utilizzare un cellulare come strumento per conversare. Ho dovuto confrontarmi con una moderata disapprovazione e confusione da parte della mia famiglia e dei miei amici. E' quasi come se tu non ti conformassi, vieni messo sulla lista nera.

Nonostante ciò io non metterò mai, in nessun caso, un cellulare al mio orecchio e mi sono assolutamente stancato anche di usare una cuffia. Divento molto paranoico quando qualcuno si siede accanto a me su un autobus o su un treno e parla al cellulare. E molto spesso qualcuno vuole tenere un cellulare vicino alla mia testa, felice al pensiero che la persona dall'altra parte voglia dire "ciao." Dite loro di lasciar perdere.

Non so se le mie esperienze rappresentano un caso individuale, ma ho visto siti e forum su internet dove le persone hanno dato voce a simili incresciose esperienze. Ciò mi porta a credere che ci siano davvero rischi correlati all'uso del cellulare la cui conoscenza (per ovvie ragioni) non ha raggiunto la coscienza comune.

Non voglio spaventare nessuno con questo commento, e sono sicuro che la maggior parte delle persone non ha sperimentato effetti avversi alla propria salute. Sto solo raccontando la mia esperienza personale.

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jack_scotch: Basandomi sulla mia esperienza di utilizzatore di cellulari sin dalla metà degli anni '90 devo dire che sono d'accordo con le preoccupazioni sollevate [nell'articolo], uso il cellulare fino a 6 ore al giorno - quasi ogni giorno - ed ho iniziato ad avere problemi di salute. Non so se la maggior parte delle persone utilizzano lo stesso orecchio (!) ma ho notato alcuni cambiamenti nella mia salute, e particolarmente dopo lunghe telefonate trovo che i problemi aumentano; ignorare la questione sarebbe davvero pazzesco.

So che ci sono stati studi da parte delle aziende ma non mi è chiaro se la comunità medica vi fosse stata inclusa. E' ora di aprire una nuova inchiesta aperta sulla questione, includendo coloro che utilizzano i cellulari in maniera davvero massiccia, medici generici, dentisti, otorini, chirurghi cerebrali, per paragonare i risultati. Penso che potreste restare stupiti dai risultati.

sabato 20 febbraio 2010

Una testimone oculare descrive il bombardamento di Dresda

Quello di Dresda è un olocausto di cui non si parla nelle solite stantìe commemorazioni ufficiali; alle vittime del massacro di Dresda (ad opera dei "liberatori" anglo-americani) non viene dedicata nessuna giornata della memoria; d'altronde spesso questo orrendo crimine viene nascosto minimizzato o appena accennato nei libri di testo scolastici, così come poco si parla dell'assoluta inutilità e gratuità dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, avvenuti a guerra ormai conclusa.

Tra il 13 e il 15 febbraio del 1945 (3 mesi prima della resa tedesca) vi furono quattro pesantissimi raid nel corso dei quali 1.300 bombardieri sganciarono sulla città più di 3.900 tonnellate di bombe esplosive ed incendiarie. Il fuoco che divampò immediatamente distrusse un'area di 34 chilometri quadrati.

Edda West, la testimone vivente di tanto orrore, è una persone forte e coraggiosa, e anche adesso (ormai quasi settantenne) non smette di denunciare quanto avvenuto allora. Edda non può chiudere gli occhi di fronte al tragico ripetersi della storia, ha già visto di quali orrori è capace l'uomo, ed è per questo che, a differenza di tanti pacifisti di maniera, lei è pienamente cosciente del fenomeno delle scie chimiche (come mi ha personalmente riferito per mail).

Quella che potete vedere nel video qui sotto è la città che è stata distrutta, un gioiello unico di arte barocca, la "Firenze della Sassonia", prima e dopo il terribile bombardamento che l'ha incenerita e rasa al suolo.






IL BOMBARDAMENTO DI DRESDA: UNA TESTIMONIANZA

di Edda West
da Current Concerns n. 2, 2003

traduzione di Gianluca Freda

L’11 settembre 2001, mentre osservavo l’orrore e la distruzione dell’attacco al World Trade Center, mi tornarono alla mente le immagini del luogo da cui ero venuta, di tutto ciò che la mia famiglia aveva dovuto affrontare e si riattivò in me la memoria cellulare profonda che conservo ancora come sopravvissuta al bombardamento di Dresda del 1945. Riuscivo a sentire la disperazione e il terrore della povera gente intrappolata nelle torri, la terribile consapevolezza che non c’era via di fuga e che ciò che stavo osservando era la morte collettiva di migliaia di persone, un inimmaginabile sterminio di massa. La mia mente urlava: questa è Dresda! E’ Dresda di nuovo!! Ne sono di nuovo testimone. E’ un altro tempo, un altro luogo, ma l’orrore e la distruzione sono gli stessi e l’unica differenza è un più lieve bilancio dei morti, poche migliaia di persone a confronto delle molte centinaia di migliaia di innocenti che morirono a Dresda.

Sono nata nelle prime ore della mattina del 7 settembre 1943, a Tallin, in Estonia, subito dopo un intenso bombardamento della città ad opera dei sovietici. Quando le sirene dell’allarme aereo iniziarono a suonare, mia madre, incinta e in piena fase di travaglio, si rifugiò in una cantina a casa di un’amica, senza sapere se sarebbe rimasta viva da un minuto a quello successivo o se sarebbe vissuta abbastanza da dare alla luce il bambino che stava per partorire.

Nel corso degli anni, mi sono domandata spesso quale karma e quali strani destini mi abbiano portata in questo mondo proprio durante quell’intenso bombardamento e quale miracolo ci abbia consentito di sopravvivere non solo a quella notte di terrore, ma a molti altri episodi che ci portarono a sfiorare la morte mentre fuggivamo dalle milizie sovietiche che avrebbero inghiottito l’Estonia per i successivi 50 anni.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’Estonia era stata occupata in numerose occasioni sia dai sovietici che dai tedeschi. Aveva sofferto sotto le brutali minacce d’invasione dei russi dall’est, aveva fronteggiato occupazioni e violenze contro il suo popolo nel corso dei secoli e aveva lottato per difendere la propria lingua e la propria cultura dalla perpetua minaccia di annientamento.

E per quanto l’Estonia fosse stata occupata in alcuni momenti anche dalle truppe tedesche, l’influsso esercitato dalla Germania era vissuto in modo diverso. C’era l’idea che la cultura estone si fosse evoluta sotto l’influenza tedesca, in termini di educazione, architettura, letteratura. E c’era il senso di comunanza con una cultura più nobile, rispetto alle orde di predoni che sarebbero piovute dalla Russia in spaventose ondate di saccheggi e massacri.

Verso la fine del 1944, divenne evidente che la Germania si stava ritirando e che il suo esercito si preparava a lasciare l’Estonia per l’ultima volta. Nella gente si diffuse l’agghiacciante consapevolezza che non ci sarebbe stata più una forza-cuscinetto da opporre alle armate sovietiche e che un’occupazione permanente e brutale da parte delle forze comuniste era imminente e inevitabile. Durante la prima occupazione sovietica del 1939/40, mio nonno e molti altri membri della nostra comunità erano già stati deportati nei gulag siberiani (campi di lavoro), dove erano morti di freddo e di stenti, e gran parte degli uomini del paese erano stati costretti al servizio militare.

La fattoria di mia nonna era stata occupata per qualche tempo dalle truppe tedesche. Era una grande fattoria, le cui risorse le consentivano di sfamare molti di quei soldati. Si provava nei loro confronti un senso di gratitudine per la protezione offerta contro le truppe sovietiche. Mia madre si innamorò di un ufficiale tedesco che prestava servizio nell’esercito come medico. Quando nell’autunno del 1944 l’armata tedesca iniziò la ritirata e divenne chiaro che l’invasione comunista era inevitabile, quel gentile medico tedesco fece in modo che anche io, mia madre e mia nonna potessimo lasciare il paese.

Ce ne andammo con una nave tedesca da evacuazione, che raggiunse la Germania attraverso il Baltico. La nave che era davanti alla nostra venne bombardata e affondò, senza che vi fossero superstiti. Si viveva momento per momento e il motto di mia madre era “vivi oggi perché il domani potrebbe non arrivare mai”. Mia madre e mia nonna erano convinte che, quale che fosse il destino che avremmo dovuto fronteggiare, sarebbe stato comunque migliore che l’essere condannate ai campi di lavoro sovietici e a morte certa, nel caso in cui fossimo rimaste in Estonia. Non vedemmo mai più quel medico tedesco, che fu richiamato a servire la sua patria. Ci unimmo al fiume di migliaia di rifugiati in cerca di un riparo e di un luogo sicuro, chiedendoci ogni giorno dove potessimo trovare del cibo e un tetto e dove potessimo nasconderci per avere salvezza.

La fame e la denutrizione erano nostre costanti compagne. Mia madre strisciava in ginocchio di notte attraverso i campi coltivati in cerca di un po’ di cibo, scavando con le mani nella speranza di trovare i rimasugli abbandonati di una patata. Anche negli anni successivi alla guerra, quando eravamo ormai al sicuro in Canada, gli occhi di mia nonna si riempivano di lacrime se iniziavo a lamentarmi di un cibo che non mi piaceva. Mi ricordava quanto fosse sacro il cibo e di come lei avesse tenuto da parte ogni briciola di pane per potermi sfamare.

Il flusso di umanità senza dimora, i senzatetto disperati e sconvolti dalle bombe, i profughi affamati, avevano tutti un’unica, fervida preghiera: che la guerra finisse presto, che potessero sopravvivere all’orrore, tornare a casa, riunirsi alle loro famiglie, e che per il momento fosse loro possibile trovare un rifugio sicuro dove ritemprare i loro animi provati dalla guerra.

E avvenne che fosse Dresda quella destinazione, la preghiera esaudita, il porto sicuro per centinaia di migliaia di profughi, la maggior parte dei quali erano donne e bambini. Molti fuggivano dall’armata sovietica in arrivo dall’est ed erano venuti a Dresda perché avevano sentito dire che si trattava di un luogo sicuro, che non sarebbe stato preso di mira dai bombardamenti perché non c’erano né fabbriche di munizioni, né installazioni militari, né artiglieria pesante in grado di alimentare la macchina bellica. Anche alla Croce Rossa era stato promesso che Dresda non sarebbe stata bombardata. Si ritiene che oltre mezzo milione di rifugiati si fossero riversati nella zona di Dresda in cerca di salvezza, facendo più che raddoppiare il numero della popolazione ordinaria.

Non so bene dove attraccò la nostra nave o quale strada prendemmo per andare a Dresda. Ma è probabile che scendemmo a terra nei pressi di Danzica e che ci facemmo poi lentamente strada verso l’interno per recarci a Dresda. Mi ricordo che mia madre e mia nonna mi parlavano spesso della loro preoccupazione di trovarsi di nuovo, nel corso del viaggio, dietro le linee sovietiche, poiché l’armata russa stava avanzando da nord e da est. Camminarono a piedi per centinaia di chilometri, con gli zaini in spalla e con me bambina legata su un carretto che loro spingevano e su cui avevano ammucchiato i loro pochi averi. Per anni mia madre conservò i vecchi stivali da neve che aveva indossato e che le ricordavano quella lunga marcia e i piedi sanguinanti. Li tirava sempre fuori dal cassetto quando si parlava di racconti di guerra. Quegli stivali logori e intrisi di sangue erano come vecchi amici fidati che l’avevano aiutata nel corso di quel lungo viaggio.

Non so quanto tempo rimanemmo a Dresda. Mia nonna, in cambio di un po’ di cibo, lavorava come infermiera in un ospedale della periferia cittadina e avevamo trovato, lì vicino, una stanza in cui vivere all’interno di una soffitta. Ma anche se il porto sicuro era stato finalmente raggiunto, entrambe le donne sapevano d’istinto che la sicurezza sarebbe durata poco, perché i sovietici stavano muovendosi rapidamente verso Dresda e si avvicinavano ogni giorno di più. Nel corso del loro viaggio da profughe, la loro paura più grande era quella di cadere nuovamente nelle mani dei comunisti e di essere rimandate in Estonia e poi nei campi di lavoro sovietici.

Il mio ricordo del bombardamento di Dresda è mediato dagli occhi di mia nonna, che fu testimone dell’orrore e della devastazione, e include alcuni episodi che la storia ha registrato. Anche l’esperienza di Elisabeth, l’unica altra sopravvissuta al bombardamento di Dresda che io abbia incontrato nel corso della vita, può conferire a questa storia una dimensione personale. Benché fossi troppo piccola per averne dei ricordi coscienti, ho rivissuto quegli eventi attraverso incubi notturni che si ripeterono continuamente nei miei primi 12 anni di vita, con il mio subconscio in lotta per liberarsi del terrore collettivo che era stato impresso sulla mia anima e che mi tormentava con immagini di morte e distruzione, con incendi spaventosi che annunciavano la fine del mondo, con la terra che si apriva in crepacci d’inferno pronti ad inghiottirmi.

Mia nonna iniziava sempre il racconto di Dresda con la descrizione dei grappoli di candele rosse infuocate che scendevano dai primi bombardieri e illuminavano il cielo come centinaia di alberi di Natale, segno certo che si sarebbe trattato di un attacco aereo di tutto rispetto. Poi arrivò la prima ondata di bombardieri britannici, che colpì poco dopo le 10 di sera della notte tra il 14 e il 15 febbraio 1945, seguita da altri due raid di bombardamento a tappeto ad opera di inglesi e americani nel corso delle successive 14 ore. La storia ritiene che si sia trattato del più mortale bombardamento aereo di tutti i tempi, con un numero di vittime superiore a quello delle esplosioni atomiche di Hiroshima e Nagasaki.

In 20 minuti di intenso bombardamento, la città si trasformò in un inferno. Il secondo attacco arrivò tre ore dopo il primo, con lo scopo dichiarato di “colpire i soccorritori, i pompieri e gli abitanti in fuga totalmente privi di copertura”. Nel complesso, gli inglesi lanciarono circa 3.000 tonnellate di esplosivo, che distrussero tetti, muri, finestre, interi edifici e che includevano centinaia di migliaia di sostanze incendiarie al fosforo, cioè un liquido infiammabile che diffondeva incendi inestinguibili in ogni crepa in cui penetrasse, accendendo la miccia dell’inferno che trasformò Dresda in un “uragano di fiamme”.

Quando gli americani sorvolarono la città per il terzo e ultimo attacco, il fumo che si alzava dalla città in fiamme quasi ostruiva la visibilità. Un pilota americano ricorda: “Lanciavamo le bombe da 8.000 metri d’altezza e riuscivamo a malapena a scorgere il suolo, a causa delle nubi e delle alte colonne di fumo nero. Non un solo colpo fu sparato contro i bombardieri britannici o americani”. Gli americani lanciarono 800 tonnellate di esplosivo e bombe incendiarie nell’arco di 11 minuti. Poi i P-51 americani scesero a volo radente e iniziarono a mitragliare le persone che cercavano di fuggire dalla città.

Mia nonna descriveva la terribile tempesta di fuoco che impazzava come un uragano, distruggendo la città. Sembrava che l’aria stessa fosse in fiamme. Migliaia di persone vennero uccise dalle esplosioni, ma un numero enorme e imprecisato venne incenerito dalla tempesta di fuoco, un tornado artificiale con venti che correvano ad oltre 100 miglia all’ora e che “risucchiavano vittime e detriti nel loro vortice e bruciavano l’ossigeno con temperature di 1.000 gradi centigradi”. Molti giorni dopo, quando gli incendi erano ormai spenti, mia nonna fece un giro nella città. Ciò che vide è indescrivibile in qualunque lingua umana. Ma la sofferenza incisa sul suo volto e la profondità dell’angoscia riflessa nei suoi occhi mentre raccontava questa storia erano la testimonianza dell’orrore ultimo, della crudeltà dell’uomo verso l’uomo e dell’assoluta oscenità della guerra.

Dresda, capitale della Sassonia, centro di arte, teatro, musica, musei, vita universitaria, splendente di armoniose architetture, un luogo di bellezza pieno di laghi e giardini, era completamente distrutta. La città bruciò per sette giorni e rimase rovente per settimane. Mia nonna vide i resti delle moltitudini di persone che avevano disperatamente tentato di sfuggire alla tempesta ardente tuffandosi nei laghetti e nelle piscine. Le parti dei loro corpi che erano immerse nell’acqua erano rimaste intatte, ma le parti che sporgevano fuori dall’acqua erano carbonizzate oltre ogni possibilità di identificazione. Ciò che vide fu un inferno al di là dell’immaginazione umana, un olocausto di distruzione che sfida ogni descrizione.

Ci vollero più di tre mesi soltanto per seppellire i morti, migliaia e migliaia di cadaveri vennero gettati in fosse comuni. Irving ha scritto: “Il bombardamento aveva colpito il bersaglio in modo così disastroso, che non era sopravvissuto un numero di persone in salute sufficiente a seppellire i morti”. Il massacro di massa e il terrore crearono così tanta confusione e disorientamento che ci vollero mesi prima di comprendere l’effettiva portata della devastazione; le autorità, per paura di un’epidemia di tifo, cremarono migliaia di cadaveri in pire frettolosamente allestite e alimentate da paglia e legno. La stima delle vittime compiuta dai tedeschi arrivava fino a 220.000 morti, ma il completamento dell’identificazione dei cadaveri fu interrotto dall’occupazione di Dresda da parte dei sovietici, nel maggio successivo.

Elisabeth, che all’epoca del bombardamento di Dresda era una ragazza di 20 anni, ha scritto per i suoi figli un memorandum in cui descrive ciò che le accadde quel giorno. Si era rifugiata nella cantina della casa in cui abitava e racconta: “Poi la detonazione delle bombe iniziò a scuotere il terreno e tutti, in preda al panico, si affrettarono a scendere nei sotterranei. L’attacco durò circa mezz’ora. Il nostro edificio e la zona circostante non erano stati colpiti. Quasi tutti tornarono di sopra, pensando che fosse finita, ma non era così. Il peggio doveva ancora venire e quando arrivò fu un vero e proprio inferno. Durante la breve tregua, lo scantinato si era riempito di persone in cerca di riparo, alcune delle quali erano rimaste ferite dalle schegge delle bombe.

“A un soldato era stata tranciata via una gamba. Lo accompagnava un medico che cercava di prendersi cura di lui, ma lui urlava di dolore e c’era molto sangue. C’era anche una donna ferita, il cui braccio, appena al di sotto della spalla, era stato reciso e ora le penzolava appeso ad un pezzo di cartilagine. Un medico militare si prendeva cura di lei, ma la perdita di sangue era molto copiosa e le sue urla erano spaventose.

“Poi ricominciarono a cadere le bombe. Questa volta non c’erano pause tra le detonazioni e gli scossoni erano così forti che perdemmo l’equilibrio e fummo scagliati qua e là per il sotterraneo come un mucchio di bambole di pezza. In certi momenti i muri della cantina si dividevano a metà e si sollevavano verso l’alto. Vedevamo all’esterno i lampi delle terribili esplosioni. C’erano una quantità di bombe incendiarie e contenitori di fosforo che si rovesciavano ovunque. Il fosforo era un liquido denso che prendeva fuoco appena esposto all’aria e quando penetrava nelle crepe degli edifici bruciava tutto ciò con cui veniva a contatto. Le sue esalazioni erano tossiche. Quando lo vedemmo scorrere lungo i gradini del sotterraneo, qualcuno urlò di prendere le birre (ce n’erano alcune immagazzinate nel luogo in cui ci trovavamo), di inumidire uno straccio o un pezzo dei nostri vestiti e premercelo contro la bocca e il naso. Il panico era terrificante. Tutti spingevano, premevano e graffiavano per impossessarsi di una bottiglia.

Io mi ero tolta un pezzo di biancheria, lo avevo imbevuto di birra e lo premevo contro la bocca e il naso. Il calore dentro quella cantina era così intenso che ci vollero solo pochi minuti perché quel pezzo di stoffa si prosciugasse completamente. Ero come un animale selvaggio, che proteggeva la sua riserva di umidità. Non mi fa piacere ripensarci.

“Il bombardamento continuava. Cercai di reggermi appoggiandomi al muro e questo mi strappò la pelle dalla mano. Il muro era rovente. L’ultima cosa che ricordo di quella notte è di aver perso l’equilibrio, di essermi aggrappata a delle persone per restare in piedi, ma di essere poi caduta trascinandole a terra con me, me le vidi cadere addosso. Sentii che qualcosa mi si era rotto dentro. Mentre ero stesa lì a terra avevo un solo pensiero: continuare a pensare. Finché sapevo che stavo pensando voleva dire che ero viva, ma a un certo punto persi conoscenza.

“La cosa che ricordo subito dopo è di aver sentito un freddo terribile. Mi resi conto in quel momento di essere stesa sul terreno, vedevo gli alberi in fiamme. Era giorno. Su alcuni alberi c’erano animali che strillavano. Erano le scimmie dello zoo, che era andato a fuoco. Iniziai a muovere le gambe e le braccia. Faceva molto male, ma riuscivo a muoverle. La sensazione di dolore mi diceva che ero viva. Credo che i miei movimenti furono notati da uno dei soldati dei reparti medici di soccorso.

“Questi reparti erano stati inviati in ogni zona della città ed erano stati loro ad aprire dall’esterno la porta della cantina. Avevano portato tutti i corpi fuori dall’edificio in fiamme. Ora stavano cercando di capire se qualcuno di noi dava segni di vita. In seguito venni a sapere che da quella cantina erano stati estratti più di centosettanta corpi, ventisette dei quali erano tornati alla vita. Io ero uno di questi. Un miracolo!

“Poi cercarono di portarci all’ospedale, fuori dalla città in fiamme. Questo tentativo fu un’esperienza raccapricciante. A bruciare non erano solo gli edifici e gli alberi, ma lo stesso asfalto delle strade. Per ore e ore il camion cercò di trovare dei percorsi alternativi, prima di riuscire a venir fuori dal caos. Ma prima che i veicoli di soccorso potessero condurre i feriti negli ospedali, alcuni aerei nemici si abbassarono nuovamente verso di noi. Venimmo spinti in fretta e furia fuori dai camion e fatti sdraiare al riparo sotto di essi. Gli aerei ci sparavano addosso con le mitragliatrici, lanciando altre bombe incendiarie.

“Il ricordo più vivido nella mia mente è quello delle immagini e delle grida degli esseri umani rimasti intrappolati nell’asfalto fuso e rovente, che bruciavano come torce umane invocando un aiuto che nessuno poteva dargli. In quel momento ero troppo intontita per comprendere fino in fondo l’atrocità di quella scena, ma quando fui “al sicuro” in ospedale, l’impatto di quelle immagini e di tutto il resto mi provocò un completo collasso nervoso. Dovettero legarmi al letto per evitare che mi infliggessi da sola delle gravi ferite. Urlai per ore ed ore dietro una porta chiusa, mentre un’infermiera restava accanto al mio letto.

“Mi stupisco di come tutto questo sia ancora così vivido nella mia memoria (Elisabeth aveva più di 70 anni quanto scriveva queste righe). E’ come aprire una diga. Questo orrore è rimasto dentro di me, nei miei sogni, per molti anni. Sono felice di non provare più sentimenti di furia o di rabbia quando ripenso a queste esperienze. Provo solo una gran compassione per il dolore di chiunque, incluso il mio”.

“L’esperienza di Dresda è rimasta molto vivida in me per tutto il resto della mia vita. I media riferirono in seguito che il numero dei morti provocati dal bombardamento era stato stimato in oltre 250.000, più di un quarto di milione di persone. Questo era dovuto a tutti i profughi che erano arrivati a Dresda cercando di sfuggire ai russi e alla fama di città sicura di cui Dresda godeva. Non c’erano rifugi antiaerei, perché era stato fatto un accordo con la Croce Rossa.

“Cosa ne fu di tutti quei cadaveri? La maggior parte rimase sepolta tra le macerie. Penso che tutta Dresda si trasformò in un’unica fossa comune. Per la maggioranza di quei corpi, ogni identificazione fu impossibile. Dunque i parenti delle vittime non furono mai avvertiti. Innumerevoli famiglie rimasero senza madri, padri, mogli, figli e congiunti di cui ancora oggi nessuno sa nulla”.

Secondo gli storici, la questione di chi ordinò quell’attacco e perché non ha mai avuto risposta. A tutt’oggi nessuno è riuscito a far luce su queste due cruciali domande. Alcuni pensano che la risposta possa trovarsi in carteggi inediti tra Franklin D. Roosevelt, Dwight Eisenhower, Winston Churchill e forse altri. La storia riporta che l’attacco inglese e americano contro Dresda provocò un numero di vittime pari a due volte e mezzo quelle che l’Inghilterra aveva subìto in tutta la Seconda Guerra Mondiale e che fra i tedeschi morti durante la guerra, uno su cinque morì durante l’olocausto di Dresda.

Alcuni dicono che il motivo fosse quello di infliggere il colpo di grazia allo spirito tedesco, che l’impatto psicologico provocato dalla totale distruzione del cuore pulsante della storia e della cultura tedesca avrebbe messo in ginocchio la Germania una volta per tutte.

Altri dicono che si trattò di un test per sperimentare nuove armi di distruzione di massa, la tecnologia delle bombe incendiarie al fosforo. Senza dubbio alla radice di tutto vi furono necessità di controllo e di potere. Il bisogno insaziabile dei dominanti di imporre controllo e potere su un’umanità prigioniera e impaurita è ciò che porta a stermini di massa come i bombardamenti di Dresda o di Hiroshima.

Ma io credo che vi fosse un ulteriore e più cinico movente, che potrebbe rappresentare il motivo per cui ogni indagine completa sul bombardamento di Dresda è stata soppressa. Gli alleati sapevano benissimo che centinaia di migliaia di profughi si erano diretti a Dresda nella convinzione che si trattasse di un rifugio sicuro e alla Croce Rossa era stato garantito che Dresda non era un obiettivo. A quel punto si scorgeva all’orizzonte la fine della guerra e si sarebbe dovuto affrontare il problema dell’enorme massa di rifugiati da essa provocati. Cha fare di tutta questa gente dopo la fine della guerra? Quale soluzione migliore della soluzione finale? Perché non prendere due piccioni con una fava? Con l’incenerimento della città, insieme ad una larga percentuale dei suoi residenti e profughi, l’efficacia delle nuove bombe incendiarie era stata tangibilmente dimostrata. Sgomento e terrore erano stati instillati nel popolo germanico, accelerando così la conclusione della guerra. In ultimo, il bombardamento di Dresda assicurò la sostanziosa riduzione di un enorme oceano di umanità indesiderata, alleggerendo notevolmente i problemi e l’incombente fardello della ristrutturazione e risistemazione postbellica.

Forse non sapremo mai cosa ci fosse nella psiche degli uomini di potere di quell’epoca o quali furono i veri motivi che portarono a scatenare una devastazione così mostruosa contro le vite dei civili, a massacrare in massa un’umanità indifesa che non costituiva alcuna minaccia militare e il cui unico crimine era quello di cercare sollievo e riparo dall’infuriare della guerra. In assenza di una qualsiasi giustificazione militare per una simile carneficina di persone inermi, il bombardamento di Dresda può solo essere considerato un orrendo crimine contro l’umanità, che attende invisibilmente e silenziosamente giustizia, per poter risolversi e guarire tanto nella psiche collettiva delle sue vittime quanto in quella dei suoi carnefici.

venerdì 19 febbraio 2010

Ammesso dal giudice il nesso causa-effetto tra tumori e cellulare


Dal sito del codacons (comunicato stampa del 17/12/2009)

USO CELLULARE: RICONOSCIUTA INVALIDITA'
ORA SI APRE LA STRADA ALLA CLASS ACTION

I giudici della Corte d'Appello di Brescia hanno riconosciuto come malattia professionale il tumore al trigemino di un ex dirigente di una multinazionale, attribuendone l'insorgenza alle emissioni elettromagnetiche generate da un uso prolungato del cellulare, per lavoro.

Per il Codacons si tratta di una sentenza molto importante e innovativa che apre la strada ad una possibile class action. Se il Codacons, infatti, aveva già aperto per primo una strada alla via del risarcimento, costituendosi parte civile nel procedimento penale relativo alle famose antenne di Radio Vaticana e ottenendo la liquidazione del danno non patrimoniale e delle spese legali degli avvocati, nel caso di oggi si apre la via al risarcimento in campo professionale.

Si tratta, infatti, della prima sentenza che stabilisce un rapporto diretto tra patologie lavorative e uso del telefonino. Se ci sono, quindi, consumatori che usano per molte ore al giorno il telefonino per esigenze professionali e ritengono che ci possa essere un collegamento con la malattia contratta, possono contattare gli uffici legali del Codacons per accertare la possibilità di un'azione legale.



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Ammesso dal giudice il nesso causa-effetto tra tumori e cellulare

«Quello che mi interessa non è conseguire un vantaggio economico, percepisco già la pensione di invalidità dall'Inps: vorrei solo che si affermasse il principio che gli utenti devono essere informati sui rischi dell'uso prolungato dei telefoni cellulari. Basta sensibilizzarli su alcuni accorgimenti, come i vantaggi nell'uso del viva voce o degli auricolari ».

A parlare è Innocente Marcolini, 57 anni, bresciano, ex dirigente aziendale. La Corte d'appello di Brescia gli ha riconosciuto la malattia professionale e un grado di invalidità dell'80% in seguito a un tumore benigno al nervo trigemino (che gli ha causato un intervento e sette anni di cure), riconosciuto dai giudici come conseguenza dell'uso prolungato del telefono cellulare. Apparecchio che Marcolini, per la sua attività lavorativa, usava tutti i giorni, per diverse ore. In primo grado, il giudice del lavoro aveva dato ragione all'Inail, controparte nella causa, negando la connessione tral'uso del telefonino per scopi lavorativi e l'insorgere del tumore.

Ora il dispositivo del giudice d'appello accoglie la tesi di Marcolini e dei suoi consulenti, con le motivazioni che saranno rese note solo tra qualche settimana, al deposito della sentenza. La patologia denunciata da Marcolini come conseguenza dell'attività lavorativa rientra fra le malattie professionali «non tabellate»per l'Inail,quelle cioè per cui deve essere il lavoratore a provare il nesso di causalità tra la malattia e il lavoro. Così sono ad esempio le patologie tumorali, la cui origine può essere legata a più fattori, come, ad esempio, la predisposizione genetica.

Di fatto, con il riconoscimento della malattia professionale e di un grado di invalidità pari all'80%, a meno che l'Inail non ricorra in Cassazione, Marcolini dovrebbe ottenere dall'istituto un indennizzo sotto forma di rendita, calcolata in base alla retribuzione percepita durante l'attività lavorativa. Per gradi di invalidità compresi fra il 6% e il 15%, l'indennizzo consiste invece in una somma una tantum. Quanto al risarcimento da parte del datore di lavoro, questo dovrebbe essere richiesto dall'ex dipendente in una causa separata, e potrebbe essere riconosciuto,in aggiunta all'indennizzo Inail, soltanto in presenza di una sentenza penale di condanna che stabilisca la responsabilità dell'azienda per non aver tutelato il lavoratore.

«Credo che purtroppo registreremo altri casi simili a quello su cui si è espressa la Corte d'appello di Brescia», osserva Angelo Gino Levis, biologo dell'università di Padova, nonchè consulente di Marcolini nella causa contro l'Inail. «I neurinomi al trigemino o i tumori alla parotide, come quello contratto da un ex manager di Cremona che approderà in tribunale tra poco, hanno una fase di latenza di circa dieci anni». Per il Codacons, la sentenza di Brescia «apre la strada a una possibile class action».



Ulteriori informazioni e articoli sulla questione del cosiddetto elettrosmog le trovate a questa pagina sul sito del codacons ove trovate anche il dossier su Radio Maria e le sue pericolose onde radio.


Altre notizie sono reperibili presso il sito www.elettrosmog.com dal quale ho tratto questa storia di persona elettrosensibile, la cui vita è stata rovinata dalla sua sensibilità alle dannose onde elettromagnetiche (fare click sul ritaglio di giornale per vederlo ingrandito).